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14 ottobre 2016

Lo store è storia? I 5 trend del retail per il 2017

Il vero problema dei competitor disruptor è che elevano irreversibilmente le aspettative del consumatore rispetto all’esperienza d’acquisto. Il fatto che i confini tra settori, categorie e player siano poi diventati completamente porosi favorisce ulteriormente il fenomeno, spostando fluidamente a un comparto i bisogni formati altrove.

In risposta a una mutazione quasi genetica dello shopper, il retail si trasforma in terreno di evoluzione e sperimentazione costante, che guarda con lungimiranza a nuovi format di vendita e a modelli di interazione più efficace. Lo store tradizionale diventa così storia, sia perché abbandona una certa forma mentis obsoleta, sia perché ricerca con forza un’identità densa di racconto.

È in questo scenario che si colloca l’analisi di Futureberry, che anticipa il report in uscita il prossimo autunno, delineando i trend futuri e più innovativi del comparto.

  1. I negozi come interfaccia social
    Il parere di amici, parenti e conoscenti ha acquistato sempre più rilevanza durante il percorso d’acquisto grazie alla complicità della tecnologia. Il 20% dei consumatori decide cosa comprare in base a ciò che è “trending” online e la scelta davanti allo scaffale è un momento cruciale di approvazione sociale. Da qui la trasformazione di vetrine e pareti dello store in interfacce di comunicazione social.

    Casi virtuosi. JC Penney, che ha portato le board di Pinterest in negozio, dando spazio fisico a consigli e idee provenienti direttamente dagli utenti (vedi foto). Oppure l’appendiabiti smart di Tyrers, che mostra il successo di vari outfit sul web.

  2. Trasparenza verticalizzata
    La nuova consapevolezza dei consumatori si traduce in volontà di conoscenza e talora in diffidenza. La loro loyalty va quindi intercettata con una dichiarazione di onestà e trasparenza che coinvolga tutta la filiera dei prodotti presenti nel punto di vendita.

    Casi virtuosi. Il Transparent Pricing di Everlane, che con un break down di ogni costo mette in chiaro come è costruito il prezzo finale.

  3. Premium accessibile e facilitato
    La forbice tra qualità e convenienza si fa sempre meno ampia. Chi renderà il premium più accessibile, aiutato anche e soprattutto dalla tecnologia, trionferà sugli altri. 

    Casi virtuosi. Il nuovo format 365 di Whole Foods, che offre prodotti biologici e locali cercando di abbattere prezzi e tempi grazie al digital, ed offrendo quindi un’esperienza qualitativa ma quanto più possibile economica (vedi foto). Stessa cosa per Jet.com, che combina tecnologia, customer service e piattaforma di distribuzione all’avanguardia con un algoritmo di pricing capace di consigliare in tempo reale il “carrello” più economico e veloce da ricevere.

  4. Templemark per celebrare il marchio
    Parliamo di spazi interamente consacrati al brand, dove celebrarne passato, presente e futuro e in cui vivere esperienze ben oltre lo shopping. Sono luoghi orientati alla relazione più che alla vendita e fungono da nuovi touchpoint con il consumatore.

    Casi virtuosi. Ikea con il suo primo museo in Svezia (vedi foto), Adidas con il negozio RunBase, dove si rivive a tapper la maratona di Boston, ma anche Samsung con il concept 837 di New York.

  5. Learning by shopping
    Altrimenti detto: apprendimento in corso di spesa. Il percorso d’acquisto si trasforma anche in percorso di empowerment e trasmissione di conoscenza grazie a soluzioni e iniziative in store create ad hoc. 

    Casi virtuosi. Apple con la boardroom dedicata agli utenti business e soprattutto MoneyFarm, uno spazio-museo pensato per rendere comprensibili gli investimenti finanziari a tutti, anche bambini e studenti, attraverso installazioni, lezioni ed eventi. (Redazione MarkUp)