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05 aprile 2017

Industria 4.0 può valere il 4% del Pil in 3 anni

Un’opportunità che «non vale un centesimo. Ma vale quattro punti di Pil nei prossimi tre anni». Quantificati per le imprese si parla di «110 miliardi in più di ricavi nei prossimi cinque anni».

Parte da qui, da questi numeri citati in apertura da Marco Gay, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, la seconda edizione del Fed, il Forum dell’Economia Digitale ideato e realizzato da Facebook e Giovani Confindustria.

E nei numeri in fondo – almeno da tutti quelli che sono emersi durante la giornata – è facile trovare il senso di quello che è un fil rouge che ha unito tutti gli interventi, dei manager delle branch italiane di aziende consolidate (da Microsoft a Ibm, Unilever, GE, Enel, Eataly, Wpp) come degli startupper; dei finanziatori o come dei testimonial: il digitale è senz’altro un’opportunità, ma anche una realtà che già esiste. Come spiega Gay è «un fattore abilitante per una nuova economia ma è anche una nuova economia di per sé».

Fondamentale sarà a questo punto il fattore tempo, tiene a precisare il Country manager Facebook Italia, Luca Colombo: «Il momento per adottare la svolta digitale da parte delle imprese è adesso, anche se a molti può sembrare ancora pericolosa o preoccupante. La capacità che le aziende oggi hanno di adottare una cultura digitale definirà quanto riusciranno a capitalizzare del suo enorme potenziale».

Evocativo in tal senso il titolo del Forum - “Now is Next” - con la consapevolezza, ha affermato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, intervenuto in collegamento video, che «il digitale è un driver di sviluppo che comporta due sfide, una interna alle fabbriche e una esterna». Quella interna «riguarda i processi» mentre l’altra sta «nel considerare il digitale il pilastro della politica economica del Paese».

Quella che si sta giocando, del resto, è una partita chiave per il futuro di quella che è la seconda manifattura europera, ma terz’ultima nella classifica “digitale” dei Paesi Ue in base a un indice, il Desi, che porta a sintesi dati su connettività, skills digitali, utilizzo di internet, digitalizzazione delle imprese e della Pa. «Potrà esistere una manifattura senza digitale? Sicuramente no», precisa Marco Gay spiegando che «anche l’impresa più tradizionale non potrà competere senza Ict, e-commerce e cloud». Insomma «se si saprà cogliere l’occasione l’industria sarà più forte. Altrimenti sarà declino».

Le condizioni per prendere l’abbrivio ci sono. «Abbiamo 500 miliardi di export conquistati euro su euro, un brand Made in Italy che è il terzo al mondo, 6.819 startup innovative che danno lavoro a 36mila persone ». Quel che serve è ora è fare il passo, decisivo, in più: «Solo 40mila imprese vendono online contro le 200 mila in Francia. Il fatturato e-commerce incide per il 9% sui ricavi contro il 17% della media Ue. C’è uno squilibrio».

E quello dell’e-commerce è solo un esempio in un contesto in cui il digitale sta esaltando l’assenza di barriere per prodotti di qualità, elemento che gioca indubbiamente a favore della manifattura italiana. «Il ritardo nella digitalizzazione, che si compone di competenze diffuse, processi, infrastrutture, utilizzo di nuovi codici di comunicazione, sarà sempre meno colmabile. Questo – dice Colombo di Facebook – è un tema del presente e non più del futuro». (di Andrea Biondi, Redazione Il Sole 24 Ore)